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L'Inchiesta

NARNI - A proposito dello scandalo della carne di cavallo scoppiato in questi giorni, ecco di seguito tutto ciò che si deve sapere per tenersi informati. I retroscena del caso che sta infiammando le cronache nazionale.

Un interessante articolo lo pubblica Internazionale.it, eccone il succo: "Il Guardian ha creato un’infografica interattiva con i dati sull’esportazione e il consumo di carne equina, resi disponibili dall’Eurostat internal trade database. Nel 2012 il commercio di carne di cavallo in Europa ha superato le 60mila tonnellate. Francia e Italia sono i più grandi consumatori europei per un totale di due terzi delle importazioni. In Regno Unito e in Irlanda, invece, dove il consumo di carne equina non è molto diffuso, arriva solo l’1 per cento delle importazioni.

A gennaio l’Autorità per la sicurezza alimentare dell’Irlanda aveva trovato dna di cavallo in hamburger di manzo congelato venduti in quattro catene di supermercato e successivi test hanno rilevato tracce di dna equino anche nelle lasagne del produttore Findus e nelle polpette Ikea. Secondo il ministro dell’ambiente britannico Owen Paterson il consumo di questo tipo di carne, se non controllata, potrebbe essere dannosa per gli esseri umani".

Meglio il bio - Il sistema dei controlli necessari ad ottenere una certificazione di produzione biologica assicurano la sicurezza alimentare. Il biologico è sano, salubre, rispettoso dell’ambiente e sicuro.

Per far sì che i consumatori abbiano ulteriori garanzie su quanto acquistano e mangiano, Federbio ha nei giorni scorsi siglato a BioFach, un accordo per una piattaforma informatica internazionale che migliorerà la tracciabilità dei prodotti biologici, come ha anticipato GreenPlanet nei giorni scorsi.

Il biologico italiano può utilizzare una piattaforma online, già in uso in Austria dove c’era stato uno scandalo sul grano, attraverso cui tracciare e rintracciare tutte le partite di prodotto immesse nel circuito. Dal produttore agricolo al consumatore finale. Un sistema che renderà evidente la provenienza delle materie prime e il cosidetto bilancio di massa, i prodtti che escono non possono esser superiori a quelli che entrano. Questo garantirà maggiore sicurezza lungo la filiera, anche dove i passaggi sono molteplici e complessi.

Manca un sistema di tracciabilità - In Italia l’anno scorso sono stati importati 30 milioni di chili di carne di cavallo senza l’obbligo di indicarne la provenienza in etichetta nella vendita al dettaglio, anche come ingrediente nei prodotti trasformati. ‘Il problema è che a livello europeo c’è l’opposizione di alcuni Paesi, in particolare quelli del nord, a costruire un serio sistema di tracciabilità degli alimenti – ha dichiarato a un quotidiano nazionale spiega Pietro Giordano, segretario dell’Adiconsum -. Non essendoci regole rigide sulla tracciabilità diventa facile per le mafie di tutti i Paesi poter inserire nel mercato alcuni tipi di carne, fortunatamente in questo caso non nocive. Chiaramente però la composizione dei prodotti è stata alterata.

Le aziende dovrebbero fare verifiche a campione a monte, perché il controllo ex post non basta’. La Nestlè intanto ha annunciato l’introduzione di nuovi test per garantire più qualità ai prodotti messi in commercio e ha assicurato che ‘la carne di cavallo è assolutamente sana per il consumo, non c’è alcun problema dal punto di vista della sicurezza’.

In Italia lo scambio di carni all’insaputa dei consumatori è vietato dal decreto legislativo 109 del 1962 che obbliga ad indicare in etichetta la specie animale da cui proviene la carne utilizzata come ingrediente, ma lo scandalo ripropone l’esigenza di una accelerazione nell’entrata in vigore di una legislazione più trasparente sulla etichettatura della carne e degli altri alimenti a livello comunitario. Ad oggi nell’Unione Europea è obbligatorio indicare in etichetta la provenienza della carne bovina dopo l’emergenza mucca pazza, ma non quella della carne di maiale o di coniglio e cavallo.

 

AMELIA – L’eterna lotta tra consumatori e catene di distribuzione. Casi che si moltiplicano in tutta Italia e che vedono protagonisti, loro malgrado, cittadini invischiati nei gangli delle clausole, dei cavilli e delle “meline” dei negozi dove, ignari, vanno a fare acquisti. Stavolta un episodio di questo genere è accaduto ad Amelia dove un cittadino da mesi è in lotta con una catena internazionale di elettronica per far valere i suoi diritti. A segnalare il caso è l'associazione di consumatori Movimento Difesa dei Consumatori (Mdc). Il protagonista, scontento del servizio offertogli, è Marco che dopo aver comprato un notebook, si accorge che lo schermo non funziona bene.

A quel punto lo manda in assistenza e trascorsi dieci giorni il pc torna indietro. Questa volta però non si accende. Al secondo rientro Marco si accorge di un danneggiamento probabilmente provocato dalla casa madre a cui l'oggetto era stato inviato a riparare. Quindi al terzo disguido Marco chiede la sostituzione del computer, ma passano tre mesi senza che accada nulla, tanto che a un certo punto, stanco di aspettare, Marco decide di ritirarsi dall'accordo di compravendita ed avere indietro i propri soldi. Legittimo? Secondo Mdc senz'altro e per sostenerlo si appella alla legge. Il dl 206/2005 e successive modificazioni, meglio conosciuto come “Codice dei Consumatori”, stabilisce infatti che se i tempi per le riparazioni non sono congrui o arrecano danni al consumatore, quest'ultimo ha diritto a rescindere il contratto.

Il Mdc dal canto suo lamenta l'indisponibilità dell'azienda a prendere in considerazione le richieste avanzate dall'associazione e dal cliente stesso, attribuendo tutta la responsabilità dell'accaduto alla casa madre. La multinazionale rifiuta perciò di dare indietro i soldi proponendo un buono acquisto sostitutivo. E Marco? “Dopo tre mesi che aspetto – dice sconsolato - e i disagi che ho subito non so più che fare. Di certo lì non ci vado più”.

 

NARNI - Siamo al 44% di raccolta differenziata a livello regionale con l’Umbria del Nord che si rivela più virtuosa di quella del Sud. Insomma, Perugia batte Terni anche sulla immondizia, anche se Terni la supera di gran lunga in fatto di concentramento di inceneritori. Comunque i dati regionali dicono che Nel 2012 la media regionale annuale di raccolta differenziata si è attestata al 44%, con un incremento di circa il 6% rispetto al 2011 (negli ultimi tre mesi del 2012 la percentuale di raccolta differenziata ha raggiunto il 46,4%) ed il livello  conseguito in Umbria  è superiore di circa il 10% rispetto alla media nazionale (35,3% secondo l'ultimo dato disponibile da parte dell'Ispra).

Inoltre continua a decrescere la produzione dei rifiuti urbani che è stata di  504 mila 352 tonnellate, con un calo del  2% rispetto al 2011 ed un  andamento, anche tenendo conto degli effetti della crisi economica, di sostanziale stabilizzazione. Umbertide, Bastia Umbra, Magione, Marsciano, Perugia e Todi hanno superato il 50% di raccolta differenziata. Marsciano è il primo comune tra i 19 a superare il 60% a livello annuale. Tutti i dati sui comuni umbri sono disponibili sul sito della Regione al link http://www.regione.umbria.it/Mediacenter/FE/categoria/articoli/rifiuti-presentati-dati-2012-raccolta-differenziat.html.

Ma quanto costa la tariffa di igiene ambientale, cioè la Tia? Dirlo così ha poco senso, perché con l’introduzione della Tares i calcoli devono essere fatti in maniera combinata. Nei comuni in cui vige al Tia gli aumenti non saranno enormi, ma siamo sempre sull’ordine delle decine di euro che comunque incideranno sulle oltre 100 euro a famiglia che già si pagano.

Nei comuni in cui invece vige ancora la Tarsu arriverà invece la batosta. In media si calcola che in Umbria, almeno secondo le associazioni dei consumatori, l’aumento sarà compreso in una forbice tra il 25e il 50%. Narni non farà eccezione anche se vige il regime della Tia. Ma il problema è che il costo è già ben oltre le 100 euro per le famiglie con prezzi che sono molto più alti per le aziende e le attività commerciali. Quelle che pagano, perché ce ne sono alcune che non lo hanno fatto ed altre che hanno impugnato le fatturazioni, ritenendole sbagliate in eccesso. In totale tra famiglie e aziende l’Asit, e quindi il Comune, devono riscuotere quasi un milione di euro, che forse non avranno mai.

Mancano i vantaggi della differenziata – Il costo della Tia potrebbe avere un senso e quindi essere più sopportabile se i cittadini potessero avere la possibilità di avere prodotti derivanti dal riuso dei rifiuti, per esempio con il ciclo completo dei rifiuti differenziati che parte dallo smaltimento e finisce con la verticalizzazioni di produzioni basate sul riutilizzo dei rifiuti, magari a costi più bassi. Ma in Italia una cultura di questo genere non è ancora un fatto assodato. Soltanto il 34% dei rifiuti urbani viene recuperato ogni anno, rispetto alla media europea del 40%, che comunque non risulta particolarmente elevata. In Italia il 50% dei rifiuti prodotti finisce in discarica, rispetto al 38% registrato per l'Europa. Si tratta della conseguenza diretta di una scarsa adesione da parte dell'Italia alle normative legate alla raccolta dei rifiuti, alla discarica e alla differenziata.

Se da una parte i cittadini dovrebbero cercare di ridurre la quantità dei rifiuti prodotti quotidianamente tramite scelte consapevoli (di acquisto o di "non acquisto"), dall'altra parte le aziende, in ogni ambito, dovrebbero impegnarsi nella riduzione del packaging dei prodotti e nella sostituzione di materiali non riciclabili utilizzati per le confezioni con materiali riciclabili ed a basso impatto ambientale. Nel contempo, è necessario che in Italia vengano garantite una corretta raccolta ed un corretto smaltimento dei rifiuti, a fronte delle ingenti tasse sostenute dai cittadini.

(Cro24) - Lo scorso 21 settembre, il giorno prima delle elezioni federali, nelle cassette delle lettere di 41 milioni di appartamenti tedeschi è stata recapitata una copia di BILD, il quotidiano più diffuso della Germania.

La testata diretta da Kai Diekmann non è nuova a questo tipo di iniziative - già nel 2012, in occasione del suo sessantesimo anniversario, BILD aveva effettuato la stessa operazione promozionale, facendo siglare una tiratura record che gli valse una menzione d’onore sul Guinness dei Primati. Non paragonabile in termini di quantità, ma comunque ragguardevole, il traguardo raggiunto qualche mese fa dal Die Zeit, diretto dall’italo-tedesco Giovanni di Lorenzo: ad aprile, il settimanale di Amburgo ha fatto segnare il più alto numero di copie vendute dalla sua fondazione, 519.573.

Chi pensa che la stampa in Germania goda di ottima salute, però, s’inganna - Dietro all’apparenza scintillante si nasconde un’altra verità: che la crisi dei giornali non ha confini. Persino nella florida Germania, la Germania delle banche solide, dei rating in crescita, della disoccupazione in calo. Lo stato di Angela Merkel deve fare i conti con un panorama editoriale sempre più povero, numericamente e qualitativamente parlando. Tante le redazioni che hanno dovuto tagliare gli organici negli ultimi mesi, diverse le testate che hanno ridotto, riorganizzato, cassaintegrato, dislocato, chiuso.

Il terremoto non ha risparmiato neanche il quarto quotidiano più letto  del paese, la Frankfurter Rundschau, che, dopo aver dichiarato bancarotta nel 2012, è stata salvata (ma non senza conseguenze) dall’intervento della Frankfurter Allgemeine Zeitung e della Frankfurter Societät.  Peggio è andata al Financial Times Deutschland, che ha cessato le pubblicazioni a dicembre dell’anno scorso, dopo 12 anni di onorato servizio. Dopo la chiusura le vecchie stampe, le scrivanie e i memorabilia della redazione, i ricordi del periodo di attività giornalistica della testata sono stati messi all’asta, lasciando cadere un velo triste su una delle poche realtà editoriali di grandi ambizioni nate in terra tedesca in tempi recenti.

Nel 2013, come avvenuto già nel 2012, gli introiti pubblicitari dei giornali in Germania caleranno del 10 per cento. La circolazione delle copie, nella maggior parte dei casi, è declinata drammaticamente; in media, gli ultimi 10 anni le testate hanno perso lungo la strada il 30 per cento dei lettori. Il crollo di vendite ed introiti pubblicitari è inarrestabile, le grandi corporazioni editoriali lo sanno. Ad agosto, il colosso Axel Springer ha annunciato la vendita dell’Hamburger Abendblatt, storico giornale di sua proprietà da 200mila lettori al giorno, insieme ad altre testate periodiche: la proprietà ha scelto di cedere gran parte dei suoi migliori cavalli di carta, per investire più risorse nell’online.

Che le testate tedesche stiano rivolgendo sempre di più la loro attenzione all’online, lo conferma anche la nascita dei paywall. Un giornale online ogni dieci ne ha già implementato uno; l’ultimo è stato proprio BILD, che ha creato un sistema, BILD+, che ricalca quello inaugurato dal tabloid britannico The Sun pochi mesi prima. La FAZ inaugurerà all’inizio del 2014 un paywall ibrido, sul modello di alcuni quotidiani americani, mantenendo un terzo dei contenuti fruibili gratuitamente e imponendo un abbonamento per tutto il resto del giornale. L’abbonamento costerà tra i 31 e i 35 euro mensili, e permetterà accesso libero al sito, alle app del giornale, alla copia digitale del quotidiano. 

Dopo la FAZ, sarà il turno della Süddeutsche Zeitung, qualche mese più avanti - A quel punto, tutti i principali quotidiani tedeschi avranno il paywall: una tendenza che, come spiega Ken Doctor sul sito di Nieman Lab Journalism, sarebbe stata generata da un tacito accordo tra i principali editori tedeschi. Come dire: "Farlo assieme, farlo tutti", nel tentativo di non rimanere ostaggio dei tempi e di non regalare i propri lettori alla concorrenza. In Italia qualcosa di analogo potrebbe avvenire prossimamente: il terreno fertile tra le testate creato dal grande accordo costitutivo di Edicola italiana potrebbe essere il primo passo verso un grande paywall comune.

La domanda, in Italia come in Germania, è sempre quella: possono i sistemi di pagamento online supplire al declino delle entrate pubblicitarie? Oppure si assisterà ad una migrazione verso i contenuti gratuiti, che avrebbe a medio termine la conseguenza indiretta di impoverire ancora di più il panorama editoriale del giornalismo di qualità? Lo sviluppo di nuovi canali di distribuzione appare un punto focale nel processo di salvataggio dei giornali, così come la necessità che le testate reinventino dalle fondamenta se stesse e il loro rapporto coi lettori. Una sfida tutt’altro che semplice, in un’industria di enormi dimensioni come quella dell’informazione in Germania. Il panorama appare davvero fosco. «L’unica consolazione», scrive Cordt Schnibben sullo Spiegel, «è che non possiamo delocalizzare le redazioni e fare scrivere i giornali ai cinesi». Un’amara constatazione. Ma con un fondo di verità.

da www.linkiesta.it

CRO 24 (redazione) - Questa è la storia di una giovane imprenditrice che ha un'idea brillante, la vuole mettere in pratica, ma non ci riesce. Perchè? Semplice, perchè le banche non danno credito. E' la classica storia all'italiana, una storia che si ripete e che non trova mai una soluzione. Così il tempo passa, i giovani se ne vanno, le banche se ne fregano e la politica ancora di più. 

Daniela Cestelli, 27 anni, ha fondato la società "Ultimo Podere" per vendere sughi toscani ai nuovi ricchi dei Paesi emergenti. Ha il laboratorio per produrre i condimenti, i collaboratori e i contatti ma gli istituti di credito, a causa della stretta creditizia, le negano i finanziamenti. Una storia che spiega più delle statistiche perché in Italia la ripresa non arriva mai.

La storia - “A soli 27 anni – racconta Daniela - mi trovo a dover fronteggiare giornalmente i fornitori che non posso pagare. Ho capito cosa può provare un uomo o una donna che tenta il suicidio a causa del cattivo andamento dell’azienda”. La storia di Daniela riassume meglio di ogni rapporto Censis o giaculatoria di Confindustria che cosa c’è dietro espressioni come “credit crunch”, la stretta creditizia, e chiarisce perché l’Italia nel 2014 può sperare di avere una crescita striminzita dello 0,7 per cento.

Vendere il ragù di cinta a cinesi e indiani - “Mi sono laureata in Lingue e civiltà orientali alla Sapienza di Roma, ho studiato cinese, indi e inglese. Ho fatto una ricerca di mercato per capire cosa cercano i nuovi ricchi dei Paesi emergenti, ho capito che quando hai tutto vuoi l’elisir di lunga vita, tra i cui ingredienti c’è il cibo di qualità. E l’Italia può offrirlo”, racconta Daniela. Nel settembre 2012 prova quindi a diventare imprenditrice: nasce la società L’Ultimo Podere (www.ultimopodere.eu), 200 mila euro di capitale sociale (costituito però da un software conferito dai soci all’azienda), l’idea è di vendere in tutto il mondo i sapori della Toscana, la Pomarola, il ragù di Chinina, il ragù di Cinta, sughi in barattolo pensati per i palati cinesi e indiani.

“Sono prodotti di altissimo livello, biologici, con materia prima proveniente dalle piccole aziende della provincia di Siena. Ho collaboratori bravissimi, un cuoco che ha viaggiato per il mondo ma ha imparato a cucinare con le nonne toscane. Anche il mio ragazzo lavora con me. Ho studiato il marchio e il barattolo, realizzato dalla Bruni, una delle più grosse vetrerie italiane. Un amico artista ha realizzato il logo. Abbiamo provato a fare quello che ripetono imprenditori comeOscar Farinetti: valorizzare l’agroalimentare italiano”. Fin qui tutto bene. Ma servono i soldi: 300 mila euro per partire. E Daniela scopre che cosa significano i numeri diffusi ogni mese dall’Abi: a novembre i finanziamenti bancari a famiglie e imprese in Italia sono crollati del 4 per cento rispetto a novembre 2012, dopo che a ottobre erano scesi del 3,7 per cento.

La diffidenza delle banche - Il viaggio di Daniela nella stretta creditizia comincia dal consorzio Fidi Toscana, società finanziaria della Regione Toscana che serve ad aiutare le imprese nel trovare credito con le banche, facendosi garante di una parte del finanziamento. “Il consorzio dà garanzie tra il 60 e l’80 per cento per l’imprenditoria femminile, presenti i preventivi e loro decidono se finanziarti. Ho compilato tutti i moduli,poi sono andata in Cina a insegnare l’italiano. Quando sono tornata, mi sono appoggiata alla Banca di Credito cooperativo di Cambiano, a Poggibonsi: ho depositato titoli a garanzia per 44 mila euro, che loro hanno valutato solo 36 mila, e mi hanno dato un fido di 50 mila euro”.

Un finanziamento per cominciare i lavori, in attesa del prestito vero con la garanzia di Fidi Toscana. Cominciano i lavori, nasce il laboratorio con spazio vendita della Ultimo Podere, 400 metri quadri a Colle Val d’Elsa, tra Siena e Firenze, “a luglio telefono a Fidi Toscana per sapere che fine ha fatto la mia pratica, loro dicono di aspettare ancora per avere 300 mila euro oppure me ne propongono 250 mila con garanzia al 60 invece che all’80 per cento. Ma nessuno del consorzio è mai venuto a vedere cosa facevamo, anche solo per verificare se l’azienda esisteva davvero”.

A fine luglio arriva la delibera, “ma la Banca di Cambiano chiede una fideiussione di 250 mila euro fornita dal mio babbo e dalla mia mamma, così la banca si sarebbe trovata ad avere una garanzia del 160 per cento! Un’assurdità, non potevo accettare, hanno anche preteso un aumento di capitale da 50 mila euro”. I genitori di Daniela hanno un bar-negozio-tabacchi in un paesino toscano,“siamo cinque figli, non potevo chiedere loro un simile sforzo. Ho pianto per giorni: il laboratorio era pronto, ma io avevo finito i soldi. Ho pagato un po’ di fornitori, ho spiegato la situazione, loro mi hanno dato fiducia”.

Il tour delle banche - Daniela cambia banca, lascia il Credito cooperativo di Cambiano e passa al Monte dei Paschi, sperando che un istituto più grosso sia più efficiente . Ma anche Mps esige una fideiussione, almeno 100 mila euro, “la banca non si fidava, ma almeno la direttrice della filiale è venuta a vedere l’azienda, ha fatto anche delle foto, il laboratorio era ormai funzionante, anche se i ragazzi hanno dovuto lavorare al freddo perché non avevo i soldi per il riscaldamento”, poi ci sono problemi con la Usl, inizia un’altra guerra burocratica per le autorizzazioni, così da poter dichiarare ufficialmente l’inizio dell’attività, necessaria per ottenere un altro fido da Mps.

Daniela pensa di arrendersi, ormai i sughi sembrano destinati a rimanere un miraggio, dal consorzio Fidi Toscana è arrivato il via libera a fine settembre ma ora servono i soldi della banca. Il papà, la mamma e le sorelle la convincono: si rimangia l’orgoglio e accetta la fideiussione dei genitori, “e una settimana fa è arrivata la delibera dal Monte Paschi”, che tra Fidi Toscana e fideiussione si trova garantita al 100 per cento. Intanto la Ultimo Podere sarebbe pronta a lavorare a pieno ritmo, ma senza i capitali per comprare i macchinari, Daniela se ne è fatto prestare uno con cui riesce a produrre 200 barattoli al giorno invece che 2000 e solo per conto terzi, non ancora col suo marchio.

L'unica garanzia sono i genitori...quando possono - Ora si concede tre giorni di vacanza, “poi posso partire”, i contatti li ha, danarosi turisti orientali incontrati mentre lavorava nei weekend alle Cantine Antinori, a Firenze. “Quando ho cominciato ero contenta, i miei hanno un negozio, mio fratello un ristorante, sono cresciuta nel mondo dell’alimentare. Ma quando vai in banca ti trattano come se volessi rubare e ti passa la voglia”. Nei primi nove mesi del 2013, calcola Infocamere, sono nate in Italia 296 mila aziende. Una su tre è di un giovane sotto i 35 anni: non avendo speranze di essere assunti si mettono in proprio. Il problema è che poi devono trattare con le banche. E se i ragazzi non hanno genitori alle spalle a fare da garanti, sono guai. (tratto da IlFattoquotidiano.it) 

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